Bullismo e sport da combattimento: intervista a Luca Bondino, titolare della palestra Punteacapo asd - team bond

Gli sport da combattimento sono giudicati come fautori della violenza da strada, ma dietro questo mondo si celano valori importanti.

Ce ne parla Luca Bondino, titolare della palestra Punteacapo asd - team bond di Novi Ligure (AL), in un'intervista dove racconta la sua passione per il pugilato e condivide con noi gli insegnamenti che questo sport gli ha donato.

Com’è nata la tua passione per il pugilato?

Era il 1989 credo, stavo seduto sopra a un tavolo, davanti a me mio nonno, ex-pugile alla fine degli anni ‘50, giocavamo a imitare i film di Rocky, da lì in poi è stato un lungo viaggio che dura ancora, non solo nella boxe - disciplina che mi è rimasta sotto la pelle fin da bambino - ma anche in tutti gli sport da combattimento.

Che valori insegna il pugilato?

Come sopra, non solo la boxe ma gli sport da combattimento in generale, il ring, il tatami, insegnano a percepire te stesso in una maniera unica e straordinaria. In palestra, prima di tutto, dove è necessario il massimo rispetto per te stesso, per i tuoi compagni, per il tuo maestro e per la palestra stessa, persino i sacchi da allenamento hanno bisogno di essere trattati con cura e rispetto!

E poi c’è il ring, lì sei completamente da solo, di fronte a un altro che come te ha paura, voglia di farcela, di dimostrare che tutti i sacrifici che ha fatto sono serviti a qualcosa. In questo senso, credo che combattere insegni a rispettare te stesso al massimo grado e a non cercare alibi, a non puntare il dito contro “questo o quello” quando non riesci a raggiungere ciò che ti eri prefissato.

Cosa ne pensi sul fatto che, ormai troppo spesso, si associano gli sport da combattimento a fenomeni come il bullismo?

E’ un problema di comunicazione, spesso dettato dalla voglia di non avvicinarsi al nostro mondo. Molto spesso il nostro sport è associato alla violenza, alla prevaricazione del prossimo, all’aggressività, niente di più sbagliato. Il bullismo è un atteggiamento totalmente opposto e contrario alla vera essenza “marziale” che si respira nelle palestre o nei dojo. Un pugile, un fighter in generale, dovrebbe avere il cuore libero dalla paura del “diverso”, dal pregiudizio, l’unica cosa che conta è la voglia di superare il proprio limite, per migliorarsi. 

Il bullo ragiona totalmente al contrario, il bullo è spaventato, si sente piccolo, minacciato da qualcosa e per questo tende a assumere atteggiamenti più simili all’animale che all’uomo, sviluppa dinamiche di branco, si sente forte se ha qualcuno che lo segue a prescindere dalle sue azioni. 

Un vero combattente invece fa parlare solo le sue azioni, i suoi esempi, la sua forza di volontà diventa motivo di ispirazione per gli altri, partendo dal presupposto che la boxe come il resto delle discipline non mentono mai. Siamo tutti uguali sul ring, abbiamo due braccia, due gambe, una testa e un cuore che batte.

In riferimento alla domanda di prima, ti è mai capitato di usare il pugilato come difesa e/o per attaccare?

Da ragazzino ero molto introverso, magrolino, alcuni dicevano che ero gay perché andavo bene a scuola e avevo molte amiche, avevo bei voti e mia madre è sempre stata contraria alla mia voglia di combattere. Con un quadro del genere è facile pensare che fossi la vittima prediletta di tutti i bulli della scuola, invece no. Il saper combattere, fin da piccolo, mi aveva dato una specie di sesto senso, mi faceva capire quando era il momento di “cambiare strada”, di non rischiare uno scontro inutile, perché a fare a botte in strada si perde sempre

Una volta alle scuole medie, sull’autobus che mi riportava a casa, un ragazzo più grande mi mise un coltello alla gola e mi disse “Ricchione, secondo te non ce l’ho il coraggio di piantartelo?”, risposi una cosa tipo “Sicuramente si, ce l’hai”. La mia risposta fu talmente spiazzante, riferita con una tale calma che il tizio si dileguò perplesso. In realtà mi spaventai a tal punto che non riuscì a mangiare per tutto il giorno, però ero talmente sicuro di me, conoscevo così bene il mio corpo già a quell’età che questo, forse, mi risparmiò una bella cicatrice. 

Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, attaccare non fa per me. Non dico di non aver mai fatto delle bravate, di non aver fatto a botte in situazioni poco piacevoli, ma non ho mai attaccato per primo, citando un film che ho visto, mi definisco più cane da pastore che lupo, difendo chi ha bisogno di essere difeso.

3 cose da non fare/pensare per non cadere nel tranello del “bullo”

Per prima cosa, non fate vedere che siete naturalmente prede. E’ un concetto un po’ complicato, ma il bullo - poiché spesso (s)ragiona come un animale - riesce a identificare sempre la sua vittima sulla base di una debolezza che viene in qualche modo messa in luce.

In secondo luogo, siate voi stessi, sviluppate la vostra personalità e non abbiate paura di farla vedere al resto dei vostri amici, compagni. Vi piace dipingere? Fatelo! Siete attori, cantanti, ballerini, sportivi, dei fantastici “secchioni”? Fate della vostra passione più grande, fosse anche lo studio, il vostro scudo per affermarvi tra gli altri! Se vi siete guadagnati il diritto di essere ciò che volete essere non c’è bullo che ve lo possa togliere!

E soprattutto non date mai al vostro “avversario” armi che non possiede. Questa cosa la insegno sempre ai miei ragazzi, molto spesso fanno più grande, grosso e cattivo il loro avversario di ciò che in realtà è. Ricordatevi che un bullo ha una visione limitata del suo “io”, non si avvede di chi può essere più forte di lui, ma non solo fisicamente, anche a livello di carisma, personalità o leadership nel gruppo.

Quali sono i punti in cui il pugilato fa crescere?

Sono state scritte migliaia di pagine su questo aspetto e non bastano ancora! Il motivo è che si tratta di un’arte talmente antica, addirittura a partire dalla grecia fino alle codifiche più recenti, che ha al suo interno la cultura e la tradizione di centinaia di uomini e donne (non dimentichiamoci la parte femminile di questo sport), di ogni paese e che hanno tramandato approcci e dinamiche di allenamento così diverse tra loro da renderlo un “unico” nel suo genere.

L’aspetto fisico è sicuramente uno dei punti di forza, il corpo di un fighter è elastico, flessibile, esplosivo e estremamente resistente, la mentalità però è tutto. Questo sport ti mette in condizione di spostare il tuo limite sempre un po’ più in alto, in una personale “guerra” con te stesso, dove al tempo stesso sei il tuo più grande alleato e il tuo più grande nemico.

Cosa si prova poco prima di iniziare a combattere e durante?

E’ molto soggettivo, ognuno ha la propria emotività, ma anche i propri rituali pre match. Prima di un incontro, nel mio caso, sono sempre rimasto abbastanza tranquillo, anche se a volte poco prima di salire ho sempre sperato che arrivasse qualcuno a dirmi “è tutto annullato”, un po’ per la paura di perdere, un po’ perché i pugni e i calci fanno davvero male. Poi quando sei lì, al centro, entri in un’altra dimensione dove ti dimentichi tutto, a malapena senti la voce del tuo maestro all’angolo, sei lì per prendere ogni cosa dal tuo avversario e al tempo stesso sei disposto a dargli tutto. Ecco perché si parla di “scambiare” con l’avversario, non è solo una questione di picchiare, ma proprio di essere disposto a dare il massimo a un’altra persona che come te sta dando il massimo per lo stesso obiettivo. E’ davvero qualcosa di nobile.

Cosa non deve mai mancare in un allenamento e in un incontro di pugilato?

Rispondo prima alla seconda parte. Durante un incontro non deve mancare mai la paura. E’ fondamentale per affrontare al meglio il match, per non sottovalutare l’avversario anche se siamo in controllo e stiamo dominando. 

Prendere sotto gamba un incontro vuol dire mentire a noi stessi, la sfida non è contro chi ci sta davanti, il pugile avversario è più che altro un ostacolo tra te stesso e la paura di non farcela. Quindi sempre meglio avere un pizzico di paura di perdere, non troppa altrimenti si viene sopraffatti e si ottiene il risultato contrario. E’ davvero uno sport complicato.

Per l’allenamento, invece,la borsa pronta la sera prima. Lo dico sempre ai miei allievi, “fatevi” la borsa la sera prima. La pigrizia è uno dei nostri nemici più grandi, se rimando oggi rimanderò anche domani e poi domani ancora. Tanti ragazzi iniziano pieni di entusiasmo, vedono su Instagram i video dei campioni e poi si iscrivono in palestra convinti che con pochi allenamenti potranno combattere. Ci vanno mesi, anni… se ripercorro indietro la mia vita, sono più di trent’anni che tiro pugni e non ho ancora capito niente. La ricerca è continua, chi definisce se stesso Maestro ha smesso di insegnare, si sente appagato di un titolo, una parola che vale poco. Per quanto mi riguarda sarò sempre un allievo.

Quando e come hai capito di poter trasmettere quello che hai appreso da questo sport?

Ho avuto qualche anno difficile nella mia vita, fatto di scelte sbagliate e rischiose, ho combattuto in posti poco raccomandabili contro persone che lo erano ancora meno, sfogavo rabbia e frustrazioni in quel modo, combattendo contro un “avversario” quasi imbattibile che avevo dentro. Poi mi sono reso conto che stavo dando tutto alle persone sbagliate, così mi sono rivisto seduto su quel tavolo con mio nonno, a quattro anni, davanti a me un uomo che mi stava regalando tutto quello che sapeva, per un buon motivo, perché io lo potessi poi portare avanti un domani. Un paio d’anni fa mio nonno è mancato dopo una grave malattia, qualche settimana prima di morire mi ha allenato un’ultima volta, ho combattuto e ho perso, ma vincere non era ciò che contava, poiché mi ha lasciato il più grande insegnamento di sempre: i combattenti combattono, fino alla fine

Così sto facendo oggi, anche in questo periodo di difficoltà e incertezza legata alla pandemia - cerco di trasmettere ai miei allievi quello che so, con grinta e passione, con la certezza che tra qualche anno mi farò da parte per lasciare spazio a qualcuno che mandi avanti quello che ho cominciato, round dopo round.


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